Adolescenti in blocco
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Ragazzi "sdraiati” come li chiama M.Serra, che non progettano, non si attivano, si siedono e aspettano, perdono tempo, non finalizzano o fanno di un fare a-finalistico, che non sentono, in un’apatia che è un vuoto, di immagini, di pensieri, di spinte vitali, in un’assenza di obiettivi, propri e del mondo, che stanno a letto, fumano, capaci per lo più di relazioni sentimentali instabili, insoddisfacenti e non funzionali, che sono immobili, o disorientati, spaesati, o che sfidano, pretendono, richiedono, e resistono, cioè fanno resistenza, ai genitori, al mondo, ma anche e soprattutto a se stessi.
In ogni caso non crescono, non evolvono, non vivono superando i compiti evolutivi della “fase dell’adolescenza”, non riescono a transitare dall’adolescenza all’età adulta.
Piuttosto, lì si siedono e aspettano. Chi? Cosa? Si aspettano, ci aspettano.
Blocchi evolutivi che sono l’esito di capacità, ruoli e funzioni genitoriali ed educative disfunzionali e inadeguate a tal punto da costituirsi come “traumatizzanti” per la crescita del bambino, del ragazzo, dell’adolescente di oggi.
S.Cirillo parla di “sindrome di risarcimento” per dare un nome al sentimento di quei ragazzi che in qualche modo e misura si sentono danneggiati da un’esperienza di crescita fino a quel momento vissuta e percepita come particolarmente difficile, disfunzionale e inadeguata, fonte dunque di importanti sofferenze; la sensazione che si portano dietro è allora quella di essere stati danneggiati, e che, per questo, giunti alla soglia di un passaggio evolutivo importante, di crescita, non sono in grado e non riescono ad andare avanti e crescere ed evolvere, non investono su di sè. Restano piuttosto bloccati in un ruolo di vittime, e sono sostenuti dall’aspettativa che siano gli altri, i genitori, a dover riparare a quanto avvenuto, a risarcire loro di quelle esperienze così inadeguate, a riparare e cambiare non solo il presente ma anche quel passato che li ha “rovinati”.
Rimangono così in sospeso, in attesa, in una passività che è un vero e proprio stallo; non evolvono, non si muovono e non progettano; “una situazione senza tempo” la definisce S. Cirillo.
Questo sentimento di risarcimento è dunque collegato alla percezione e al vissuto di un danno subìto, che sottintende, a sua volta, l’aver esperito una sorta di trauma laddove trauma è in questi casi non un evento circoscritto e specifico di particolare entità, gravità e intensità, quanto piuttosto una presenza e una funzione genitoriale che si è costituita in modo così profondamente disfunzionale, nella sua assenza o nella sua conflittualità, da, appunto risultare traumatica per il figlio che rimane poi, come lo vediamo oggi, in un’adolescenza bloccata.
Qui, dice S. Cirillo, “l’obiettivo terapeutico è una ri-conciliazione”, in cui da un lato venga riconosciuto al figlio il “danno” subito, la sofferenza che è scaturita da un’esperienza famigliare “traumatizzante”, perchè non è stata in grado di svolgere il suo ruolo o perchè lo ha svolto in una modalità del tutto inadeguata, connotata in senso estremamanete negativo, nocivo, danneggiante. Dall’altro lato, e al contempo, al figlio va restituita la necessità di una sua attivazione, il potere che ha oggi su di sé e sulla sua vita, un ruolo attivo e di responsabilità dunque rispetto alla propria progettualità, che è compito suo.
Che i genitori dunque riconoscano al figlio “la legittimità della sua sofferenza” e che il figlio riconosca “il suo dovere di muoversi e di non aspettare che il cambiamento venga soltanto dalla parte dei genitori”.
Dice F. Del Corno: “dietro ad adolescenti che non riescono a crescere c’è un trauma di una difficoltà genitoriale”; “una famiglia talmente deludente da costituirsi come elemento di trauma”, a cui è necessario riconnettersi, ri conciliarsi.
“Come si fa allora a curare i genitori?" Perché questo allora è “ciò che serve per evitare poi il costituirsi di quel trauma che è poi patologia e blocco nell'adolescente”.
IL RITIRO SOCIALE IN ADOLESCENZA GUARDA L’INTERVENTO DI MATTEO LANCINI
https://www.youtube.com/watch?time_continue=993&v=tW95wLH731k
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ADOLESCENTI: UNA SEPARAZIONE PER ESSERE
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Cosa accade quando per crescere occorre separarsi e individuarsi, uscire da uno stato di dipendenza per recuperare una dimensione di indipendenza e autonomia
A volte ci troviamo ad osservare un conflitto “patologico” all’interno di un conflitto evolutivo fisiologico, uno stato di arresto e di sospensione nell’impossibilità di evolvere nella crescita e procedere negli step di maturazione.
La dinamica separazione-individuazione che attraversano i figli, i giovani, è un conflitto evolutivo, ovvero fisiologico, è parte del naturale ordine delle cose. Questo passaggio, verso una separazione dall'altro e un'individuazione di sé, alla ricerca di una propria autonomia e identità, comporta dei costi, uno su tutti la perdita di un sistema di sicurezza forte esterno (genitoriale), accompagnata dal timore (a volte angosciante) di non riuscire ad averne uno nuovo, proprio. La fatica di uscire da uno stato di dipendenza sicuro e confortevole, per entrare in un’autonomia che è anche assenza di riferimenti e insicurezza...
In questi casi la noia, l’inattività e l’apatia dei giovani non sono semplice pigrizia adolescenziale ma spesso paura di entrare nel mondo, sensazione di non sentirsi attrezzati, avvertirsi come senza risorse, impauriti, non in grado. Una resistenza al cambiamento e al movimento per paura di non farcela a sostenere ciò che un passo avanti comporta.
Alla base sempre più spesso è la fatica di stare dietro alle aspettative proprie e degli altri, con il blocco che ne deriva e da cui è difficile uscire, dove occorre immettere uno sforzo e un costo importanti per non soccombere e per rimanere all’altezza della performance attesa, che è in lotta con il forte timore di fallire. La spinta a fare e far fare del genitore non va quindi ad aumentare l’autostima del figlio ma solo il timore di non fare come e quanto ci si aspetta. Non c’è fiducia quindi ma pretesa di adeguamento.
Allo stesso modo si percepisce una forte pressione quando ci si percepisce come il figlio “preferito”: qui si innesca una dinamica pericolosa e paradossale. Anche questo sentimento infatti, più o meno esplicito, non genera nel figlio un vissuto positivo, né trasmette fiducia nelle sue possibilità, crea piuttosto su di lui aspettative che altro non fanno che impedire una realizzazione libera di sé; il figlio preferito si sente costretto e ancor più in dovere di rispondere ad una aspettativa, di rispettare le attese, di non venir meno all apreferenza: quanta ansia in questa relazione!
Occorre allora prestare un’attenzione sempre maggiore quando si guarda ai nostri figli affinchè si riesca a infondere loro una fiducia che non sia pretesa e aspettativa, uno sguardo a come sono e non a come ci si aspetta che siano, accorti a dosare e moderare desideri e speranze su di loro senza condizionarli e reprimerne le spinte naturali.
In quella linea di confine sottile tra ciò che si spera e ciò che si pretende, va colto subito ciò che accade quando il reale non corrisponde all’immaginato, quando il figlio disattende, se riesce a disattendere: la relaizone genitore-figlio diviene patogena fino ad essere interiorizzata nel figlio stesso che diventa il primo a pretendere da sé e a tendere a questo ideale in cui nemmeno si riconosce ma da cui è difficile prendere le distanze. Perché svinolcarsi significa non corrispondere, e dunque deludere. E quale figlio si prende il carico di deludere il proprio genitore? E’ allora il genitore che, a monte, deve liberare il figlio da questi desiderata.
Ciò accade in una fase di vita in cui già i compiti evolutivi fisiologici richiedono uno sforzo a misurarsi con se stessi e venire a patti con ciò che effettivamente si è e si riesce a fare, che è già un gran lavoro per l’adolescente; un ragazzo deve capire, in questa oscillazione tra ideale e realtà, dove sta lui, ridimensionando l’ideale di sè per far fronte alle sue reali capacità, attraverso l’accettazione dei limiti che necessariamente ha.
In questa “negoziazione” che l’adolescente fa con se stesso e con l’esterno può dunque rimanere schiacciato, e trovare in un adeguamento passivo la sua strategia di adattamento, senza riuscire quindi ad affermarsi; ma è proprio in questa passività che la rabbia e la frustrazione per ciò che si reprime nascono e crescono, e quando non trovano un buon canale di espressione, si costituiscono come quelle dimensioni che irrompono, a un certo punto, prendendo la forma di agiti impulsivi, più o meno gravi, verso sé o verso l’altro, quegli agiti di cui tanto, poi, ci si spaventa.
E’ allora a carico del genitore il primo lavoro da fare: favorire la separazione e l’individuazione del figlio.modificare il testo